Sviluppo sostenibile, bioarchitettura e consapevolezza globale
(Prima parte)
Ing. Francesco Marinelli
Direttore Istituto Nazionale di Bioarchitettura
La "questione ambientale" è diventata negli ultimi anni sempre più presente all'interno dei nostri discorsi e sempre più è oggetto di attenzione e di preoccupazione a causa dei molteplici effetti che, la scarsa attenzione sino ad oggi rivolta a questi problemi stà determinando e sempre di più determinerà in futuro.
In realtà l'attenzione a questi temi non è del tutto recente e, di seguito verranno richiamati alcuni documenti che di fatto hanno affrontato già alcuni decenni fa il tema della necessità di una nuova politica economica a livello globale.
All'interno di questo excursus ritengo utile annotare e segnalare il primo documento ufficiale prodotto negli Stati Uniti su queste tematiche.
Questo documento pubblicato nel 1980 dal Council on Environmental Quality e dal Dipartimento di Stato era intitolato "the global Report to the president", più comunemente conosciuto con il nome di "Global 2000".
Questo documento iniziava con la seguente affermazione: "se continueranno le tendenze attuali, il mondo del 2000 sarà più popolato, più inquinato, meno stabile ecologicamente e più vulnerabile alla distruzione rispetto al mondo in cui ora viviamo. Le gravi difficoltà che riguardano popolazione, risorse ed ambiente progrediscono visibilmente. Nonostante la maggiore produzione mondiale, sotto molti aspetti la popolazione mondiale sarà più povera in futuro di adesso. Per centinaia di migliaia di persone disperatamente povere, le prospettive di disponibilità di cibo e di altre necessità vitali non miglioreranno, per molti aspetti invece peggioreranno.
Salvo progressi rivoluzionari della tecnologia, la vita per la maggior parte delle persone sulla Terra sarà più precaria nel 2000 di adesso, a meno che le nazioni del mondo agiscano in maniera decisiva per modificare l'andamento attuale".
Il rapporto, pubblicato nello stesso anno delle elezioni presidenziali vinte da Ronald Regan, fu da questi ignorato e ora entriamo nel terzo millennio, esattamente come dal rapporto individuato e descritto.
Esaminando ciò che l'uomo ha compiuto nell'ultimo secolo, possiamo dire che, abbiamo modificato l'ecosistema globale e trasformato gli ambienti naturali provocando l'estinzione di una quantità imprecisata di specie viventi al punto che, gli scienziati hanno individuato questo periodo come quello in cui si stà verificando la "sesta estinzione di massa", con una differenza, le prime cinque sono state dovute a cause naturali, questa a causa dell'uomo che quindi ne eredita la responsabilità morale.
Ancora prima di questo rapporto il tema dello "Sviluppo Globale" e delle sue implicazioni era stato oggetto di attenzione nell'ambito del Club di Roma, struttura internazionale non ufficiale voluta dall'economista italiano Aurelio Peccei, fondata nel 1968 dopo una riunione interdisciplinare presso l'Accademia dei Lincei.
Il Club di Roma in cui trovavano spazio un centinaio di scienziati, pensatori ed esponenti di spicco del mondo imprenditoriale si dedica all'analisi delle problematiche che scaturiscono dal rapporto tra economia, società ed ambiente.
Il primo rapporto del Club di Roma (1972) intitolato "Limits to Growth (i limiti dello sviluppo", avendo preso ad oggetto l'analisi del corrente modello di sviluppo economico planetario destò altissima eco in tutto il mondo a causa delle conclusioni a cui arrivava.
Il messaggio che scaturiva dal rapporto può essere sinteticamente espresso nella inderogabile necessità di passare dall'attuale modello di crescita ad un nuovo modello basato sull'equilibrio globale.
A fronte di un non passaggio in questa direzione, affermava il rapporto, ci sarebbe stata una vera e propria rottura dei limiti biofisici sui quali poggia la nostra stessa evoluzione con conseguenze drammatiche per l'intero paese.
Il rapporto è stato rivisto nel 1992 a cura di tre ricercatori del MIT (Massachussetts Institute of Technology) e questa rivisitazione non solo conferma dopo venti anni le conclusioni del vecchio rapporto, ma le rafforza.
Queste conclusioni possono essere sinteticamente descritte in:
- l'impiego di molte risorse essenziali e la produzione di molti tipi di inquinanti da parte dell'Umanità hanno già superato i limiti ambientalmente sostenibili. In assenza di una significativa riduzione dei flussi di energia e di materiali, vi sarà un declino incontrollato della produzione industriale, del consumo di energia e della produzione di alimenti pro capite;
- questo declino non è inevitabile; per non incorrervi sono necessari due cambiamenti. Il primo è rappresentato da una revisione complessiva delle politiche e dei modi di agire che perpetuano la crescita della popolazione e dei consumi. Il secondo è un drastico e veloce incremento dell'efficienza con la quale materiali ed energia vengono usati;
- una società sostenibile, dal punto di vista tecnico ed economico è ancora possibile, la transizione verso una società sostenibile richiede un bilanciamento accurato tra mete a lungo e a breve termine e, una accentuazione degli aspetti di auto sufficienza, equità, qualità della vita, anziché della quantità dei consumi. Essa vuole più che produttività o tecnologia, maturità, consapevolezza dei problemi, partecipazione della popolazione agli stessi, saggezza.
Verso un futuro più sostenibile
Il rapporto della Commissione Internazionale Indipendente su ambiente e sviluppo del 1987, Our Common Future (il nostro futuro comune), il così detto Rapporto Brundtland (dal nome dell'allora primo ministro norvegese Harlem Brundtland, allora presidente della Commissione ed oggi direttrice dell'Organizzazione Mondiale della Sanità) e, la conferenza mondiale sull'ambiente tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, hanno lanciato in maniera ufficiale il termine "Sviluppo Sostenibile".
Questa dizione individua una nuova strada che l'umanità deve percorrere per consentire un rapporto più sano con i sistemi naturali da cui dipendiamo e promuovere quindi un modello di sviluppo a livello globale che sia il più possibile sostenibile dal punto di viste ambientale, economico e sociale.
L'Agenda 21 (Agenda per il ventunesimo secolo) rappresenta il documento ufficiale approvato a Rio dai paesi di tutto il mondo e da allora, una apposita commissione per lo "Sviluppo Sostenibile" presso le Nazioni Unite, effettua il monitoraggio annuale dello stato di attuazione della stessa Agenda 21 in tutti i paesi sottoscrittori.
Ovviamente sottoscrivere un impegno ad indirizzare le politiche mondiali verso una "Sviluppo sostenibile" sottende, che l'attuale modello di sviluppo sociale ed economico non lo è.
Recentemente il noto bioeconomista Herman Daly ha fissato quattro principi operativi per lo sviluppo sostenibile, chiarendo meglio i contorni di questo concetto, il cui utilizzo ancora oggi si presta a moltissime confusioni:
- il peso complessivo dell'impatto della specie umana sui sistemi naturali deve essere riportato al livello in cui non supera la capacità di carico della natura;
- il prelievo delle risorse rinnovabili non deve superare la loro velocità di riproduzione;
- il prelievo di risorse non rinnovabili deve essere compensato dalla produzione di pari quantità di risorse rinnovabili che, a lungo termine, siano in grado di sostituirle;
- lo scarico di emissioni nell'ambiente non deve superare la capacità di assorbimento dei recettori.
E' ovvio che avviare politiche di sostenibilità vuol dire mettere in discussione delle cose che si danno per scontate nella cultura dominante e sicuramente vuol dire mettere in discussione il predominio e la centralità che denaro e merci hanno nelle odierne economie ma, è altrettanto evidente che continuare su questa strada è totalmente insensato e suicida.
E' giunto il momento di porsi responsabilmente degli obiettivi chiari di politiche sostenibili sulle quali far convergere il massimo consenso dei vari "attori" della società, fissarli in un tempo preciso e programmare poi l'attivazione degli interventi necessari a raggiungerli, è necessario anche disporre di appositi indicatori capaci di monitorare i progressi necessari al raggiungimento degli obiettivi stessi.