Relazione introduttiva al convegno
Arch. Matteo Pandolfo
Associazione Architetti Veneziani
Con questo convegno l'Associazione Architetti Veneziani ha scelto di affrontare un tema non facile, ma che era giunto il momento di affrontare, Bioarchitettura® dal progetto al cantiere.
Quello che chiamerei il disagio ambientale presente all'interno della società civile, si afferma in modo evidente nella sempre più frequente richiesta da parte di committenti pubblici e privati, di progettazioni ecologiche, a fronte purtroppo di una generalizzata disinformazione e impreparazione degli operatori del settore, e una normativa che poche amministrazioni stanno tentando di adeguare, in forza di direttive europee che spingono con chiarezza verso un approccio globale di eco-sostenibilità.
La richiesta di ecologia è la grande novità, poiché provoca nuove conoscenze, quindi la formazione di professionisti, legislatori, amministratori, produttori, etc., in grado di rispondere adeguatamente a tale esigenza.
Sono sempre più numerosi i committenti pubblici e privati che richiedono interventi progettuali ecologicamente corretti, che esprimono preoccupazione per le condizioni di benessere negli ambienti interni ed esterni, che aspirano a vivere in ambienti salubri e gradevoli.
Le legislazioni e le normative sono sempre più attente a recepire le istanze della bioarchitettura, nei piani urbanistici, ma anche nei regolamenti edilizi e igienico sanitari; si vedano ad esempio le normative urbanistiche della Regione Toscana, o le normative locali del Comune di Faenza.
da qualche decennio il dibattito sulla salubrità delle costruzioni sta progressivamente entrando nella cultura di chiunque si occupi a qualsiasi livello di edilizia, utenti, tecnici, amministratori, docenti, ma anche promotori di edilizia residenziale come la Federabitazione.
La bioarchitettura non è né uno stile e neppure un atto di fede come molti hanno cercato di insinuare, ma una cultura del costruire ecologico, un atteggiamento operativo che è sempre più necessario adottare in questa epoca di frequenti emergenze ambientali, causate da uno scorretto uso delle esauribili risorse della natura.
Il primo intervento del convegno dell'ing. Franco Marinelli, direttore generale dell'Istituto Nazionale di Bioarchitettura, sosterrà proprio la necessità di una svolta, la necessità di volgere lo sguardo verso un'ipotesi ecologica nell'architettura, chiarendo alcuni concetti fondamentali che caratterizzano lo stato attuale del dibattito nazionale.
Ma bioarchitettura è anche un termine pericoloso se utilizzato a fini speculativi, si sa che nel mercato l'importante è vendere; quando una pubblicità afferma che in bioarchitettura è corretto utilizzare il PVC, nota sostanza dagli effetti anche cancerogeni soprattutto nelle fasi di produzione e smaltimento o in caso di incendio, in quanto sostituisce l'uso del legno, e che quindi il suo uso evita il disboscamento delle foreste, genera una certa confusione; ed è per questo che i fondatori dell'Istituto di Bioarchitettura hanno voluto registrarne il termine, e vigilano sul suo buon uso; questo termine viene affidato solo nelle mani di chi vuol farne un buon uso, tra quelli ci siamo noi con questo convegno.
Ritengo, in sintonia con l'Istituto, che nella bioarchitettura sia centrale l'importanza del progetto, sbaglia chi pensa che per realizzare un progetto bioecologico sia sufficiente utilizzare materiali certificati, o materiali semplicemente e in alcuni casi ambiguamente naturali; nel progetto bisogna imparare anche a misurare l'impatto e i costi ambientali degli interventi.
Una soluzione progettuale non deve essere necessariamente valida per ogni luogo, e pertanto non sarà sufficiente prendere in mano un manuale di tecniche bioedili e pensare di poterle realizzare in ogni occasione progettuale.
Senza riflessione e partecipazione, senza entusiasmo, la bioarchitettura si riduce a ingegneria verde.
Il tema del progetto ecologico verrà affrontato dall'intervento del professor Trevisiol dell'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, che presenta il successivo intervento degli architetti Brollo e Pontarini che ci presentano la loro tesi di laurea che ha per tema una ristrutturazione biocompatibile.
A proposito di progetto vorrei solo aggiungere che ritengo sia un falso problema pensare che l'eventuale maggior costo delle costruzioni bioedili sono un ostacolo alla diffusione della architettura biologica (anche se già ormai molti progetti realizzati hanno dimostrato che i maggiori costi spesso sono irrisori, e che producono nel futuro minor spese di manutenzione); il vero problema è la difficoltà di dimostrare che con questo tipo di progettazione si ottengono maggiori benefici.
Il settore edile, che svolge in termini percentuali un ruolo importante nel quadro del consumo delle risorse nazionali e mondiali, ha dato segnali di voler adottare misure migliorative, nel senso che il minor consumo di energia nelle produzioni è nell'interesse delle stesse aziende, e un maggiore gradimento ecologico dei suoi prodotti è evidentemente un atto pubblicitario che spesso ottiene buoni risultati commerciali.
Alcuni dati a livello europeo indicano che il settore edilizio consuma 45% dell'energia prodotta, produce il 40% dell'inquinamento atmosferico, consuma il 40 % delle risorse non rinnovabili, produce il 40% dei rifiuti, ed che una percentuale sempre maggiore del mercato edilizio si occupa di restauro del patrimonio edilizio esistente; è per questo che molti affermano che il futuro della costruzione bioecologica è dunque il riuso il recupero.
La riconversione di quanto già costruito è uno dei temi importanti del progetto sostenibile.
Uno dei temi forti che caratterizza gli interventi di restauro è sicuramente il trattamento e lo smaltimento dei materiali di risulta nei cantieri edili; di questo tratterà l'intervento dell'arch. Giovanni Salmistrari Presidente dell'Associazione dei Costruttori della Provincia di Venezia, e dell'ing. Ciro Perusini consulente della stessa associazione.
La quantità di materiali per l'edilizia in entrata e uscita a Venezia, la quantità di cantieri aperti, può dare la misura di quanto sarebbe importante sperimentare tecniche di riciclo dei materiali demoliti, questo è un dibattito aperto in molte città europee, molto presente nei convegni a livello nazionale, e da qualche tempo anche tema editoriale presente sugli scaffali delle librerie.
Le riflessioni su questo tema portano sempre al progetto, per poter eseguire il recupero, il riutilizzo, il riciclo dei materiali, bisogna partire da un progetto architettonico che preveda l'utilizzo di materiali e tecniche di assemblaggio, che rendano possibile la separazione dei materiali, nelle fasi di costruzione manutenzione e demolizione del manufatti edilizi.
I materiali da utilizzare dovranno essere durabili nel tempo, imputrescibili, come lo è il sughero e non lo è il poliuretano espanso; già oggi sappia che chi applica materiali non riutilizzabili in edilizia, riempirà in futuro le discariche di materiali che spesso sono anche tossici.
Il miglior rifiuto è sicuramente quello che non viene prodotto, quindi credo che il più grande alleato della compatibilità ambientale nei progetti, sia la conservazione nel restauro, ampiamente sostenuta della soprintendenza e da ambienti universitari; non è facile praticare la conservazione sia a livello progettuale che in cantiere; frenano sia il grado di preparazione dei professionisti, ma anche la mancanza di maestranze edili qualificate, un problema sollevato anche dall'associazione dei costruttori: dunque riscoprire o ribadire l'importanza del progetto, ma anche recuperare perdute manualità.
Un articolo di un periodico del settore della conservazione e del restauro faceva notare in modo curioso di come la basilica di San Marco sia un esempio di edificio realizzato anche con materiali riciclati riutilizzati o di recupero, ed il risultato in effetti non mi sembra niente male.
A proposito di risorse sostenibili vorrei citare una relazione dell'arch. Giorgio Gianighian, pubblicata negli atti del convegno del 1995 organizzato dall'Associazione Architetti Veneziani sull'uso e manutenzione del sottosuolo della città di Venezia intitolato "Venezia e l'acqua dolce";
mi ha colpito la proposta di un recupero sapiente delle cisterne di raccolta delle acque piovane in uso prima dell'arrivo dell'acquedotto a Venezia, per un utilizzo diverso ma attuale, per impianti antincendio lavaggio strade etc.; l'architettura ecologica potrebbe proporne anche un uso domestico per acqua non potabile; vorrei citare un passaggio tratta dalla relazione che mi sembra molto pertinente per un convegno sulla bioarchitettura:
"la proposta di riuso delle cisterne veneziane deve essere letta nell'ottica del recupero e riutilizzo delle risorse esistenti, il che viene ad assumere una valenza sia storica che ambientale".
Auspico per Venezia un futuro sostenibile.