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Problemi di manutenzione e sopravvivenza
ATTI DEL CONVEGNO
Ateneo Veneto, 5 febbraio 1999

La "pratica" di rialzare i suoli a Venezia: storia e attualità

Arch. Giorgio Bellavitis
Libero professionista, Progettista per il Consorzio Venezia Nuova

Il mio intervento sarà molto breve in quanto vuol essere solo un invito ad approfondire i rapporti ed esplicitare il confronto fra "la storia e la cronaca", per usare un'espressione cara a Bruno Zevi. Un invito che può apparire pleonastico, se non paradossale, poiché non esiste, forse, una città al mondo, per la quale il confronto ricorre ad ogni piè sospinto, sia al livello politico ed amministrativo, sia nella sfera scientifica multidisciplinare e del vissuto quotidiano più diffuso e minuto.

Tuttavia, pare evidente che la situazione veneziana sia tuttora talmente investita dal contrasto fra chi pretende di rappresentare l'antica saggezza empirica della Repubblica Veneta, e chi rivendica l'autorità della scienza moderna da imporre sempre più la ricerca di soluzioni che tengano conto della complessità dei problemi nel lungo e nel breve periodo.

Quasi dieci anni fa, ricorreva il secondo centenario della colossale operazione d'ingegneria territoriale attuata dalla Repubblica con la cosiddetta "Conterminazione lagunare" ufficialmente iniziata nel 1610 e completata nel 1791, ma riecheggiante le prime iniziative del XII secolo, contro le invadenze dei fiumi, e portata più a fondo nel XIX e XX secolo con la costruzione dei Moli foranei sulle bocche di porto di Chioggia, di Malamocco e del Lido (1888-1910).

In quell'occasione qualcuno, ricordò che il monumento a Pietro Paleocapa, eretto nel 1873 in campo San Stefano, era stato relegato dopo l'apertura del Rio Nuovo, ai Giardini Papadopoli fra le aiuole d'uno spazio ludico residuale. Non so se questo venisse deciso per sgomberare Venezia da troppi monumenti o per tacitare l'intolleranza verbosa di quanti sono incapaci di dialogare non tanto o non solo con i grandi sviluppi ingegnereschi d'una vicenda plurisecolare, ma anche con le sue persistenti implicazioni minute nella sfera del piccolo artigianato edile, e del vissuto quotidiano, evidenziate dai lavori di manutenzione urbana, terrestre ed idraulica, che costituiscono l'oggetto del presente convegno.

La stessa incapacità che informa oggi, la proposta caldeggiata, se non sbaglio, dall'architetto Stefano Boato, che vedo qui davanti, di portare a +1,20 m. s.l.m.m. la quota delle pavimentazioni pubbliche veneziane?

Si tratta, palesemente, d'una proposta che trascura sia l'incompatibilità di tale quota con il rispetto di molti monumenti veneziani, sia il fatto che tutte le amministrazioni pubbliche precedenti, compresa quella d'antico regime, hanno tentato di risolvere il problema delle "acque medio alte", elevando i selciati, prima di mattoni e poi di trachite, pur sapendo che simili provvedimenti non bastavano a scongiurare non bastavano a scongiurare il rischio della sommersione per livelli marini più elevati.
Evidentemente, tale proposta equivale all'estromissione del monumento a Pietro Paleocapa dall'immaginario urbano collettivo di Venezia, serve cioè a mimetizzare i problemi sul tappeto, in nome di una presunta sapienza empirica ancestrale alla quale, sia ben chiaro, credevano poco persino i nostri antenati.

Con ciò non voglio negare ovviamente, che se potessimo portare ad 1,20 m. tutte le pavimentazioni pubbliche di Venezia, o delle altre isole abitate, miglioreremmo un po' le situazioni locali, ma a quale prezzo e con quali prospettive?
Forse si possono accettare le "tughe" davanti alle porte, o le "bassure" che l'architetto Turlon ci ha mostrato, purché non si pretenda di spacciarle come l'unica soluzione possibile, contrapponendole ad eventuali provvidenze ben più risolutive e meno penalizzanti per la vita quotidiana.

Sul rio Marin, all'anagrafico 877, c'è una piccola casa tuttora abitata la cui porta è alta 1,70 circa, ma che conserva, ai lati, le travi tagliate d'un solaio precedente ancora più basso, a testimonianza di un travaglio secolare risolto a sfavore dell'abitabilità ed è superfluo osservare che non si tratta d'un caso isolato.
Per quanto concerne Piazza San Marco, tutti sanno, e gli studi recenti nostri ed altrui l'hanno ribadito che la quota 1,20 m. sarebbe ottenibile solo sfigurando non una modesta abitazione privata, peraltro rispettabilissima, ma le massime testimonianze della storia, della pietà e della cultura veneziana.

Il termine "acqua alta", giova ricordare fa parte del lessico veneziano, nella dizione "acqua magna" fin dal 1143, quando il doge Pietro Polani, insieme al vescovo Giovanni Polani dovettero cedere alle pressioni di chi rifiutava di entrare nel rio dei Santi Apostoli per celebrare, il 2 febbraio la Festa delle Marie raggiungendo con le piccole barche cerimoniali, dette "scaule", la chiesa di Santa Maria Formosa che fu poi ricostruita su nuove quote ed in nuove forme anche per opera di Mauro Codussi. La parrocchia di santa Maria Formosa comprendeva, allora, le terre paludose che, nel 1234, furono concesse ai frati domenicani per costruire, ben più tardi, la grandiosa chiesa di San Giovanni e Paolo.

Nel 1922 le mura esterne della Cappella Storlato eretta verso il 1458 furono liberate dalle pavimentazioni pubbliche che le coprivano, creando la "tuga" che tuttora le circonda, di notevole interesse archeologico, ma non abitativa. Potrei insistere sull'argomento, ma dovrei riproporre un "cahier de doleance" fin troppo noto.
Probabilmente, questo non farebbe desistere i proponenti della quota 1,20 m., dalla loro opposizione a qualsiasi tentativo meno pasticciato, dilettantesco superato ed inefficace di affrontare gli stessi problemi per i quali la Repubblica di Venezia giunse a sacrificare l'intero retroterra agricolo esponendolo ai rischi di allagamento fluviale.
Certo, se l'architetto Boato od il Ministero dell'Ambiente ritengono che Venezia possa essere lasciata al rischio di sommersione marina, piuttosto di vedere sorgere, sulle bocche di porto, opere difensive meno evidenti del forte di Sant'Andrea, eretto dal Sammicheli, nel Cinquecento, questo mio breve richiamo alla necessità di riaprire il confronto fra la "storia" e la cronaca", è solo un buco nell'acqua.

Purtroppo non si tratta di un "buco", ma di una immensa e tragica voragine, e vorrei sapere chi se ne accolla la responsabilità, non solo rispetto agli odierni abitanti, indigeni od immigrati di Venezia, ma rispetto alla cultura mondiale.





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