Il ruolo della Soprintendenza per la tutela e la salvaguardia della città antica
Arch. Roberto Cecchi
Soprintendente ai Beni Architettonici e Ambientali di Venezia
Anzitutto un ringraziamento all'Associazione Architetti Veneziani per quest'iniziativa.
Io credo sia importante avere la possibilità di portare in discussione argomenti come quello trattato in questa giornata di studi, al di là di quelli che poi saranno i
resoconti giornalisti.
Va detto che per questioni come lo scavo dei rii la Soprintendenza per i Beni A.A. non ha un ruolo centrale: non è esattamente un tema di cui ci occupiamo quotidianamente, anche se
va riconosciuto che è un argomento importante per le implicazioni che ha sul tessuto complessivo della città.
Il tema su cui sono stato invitato a parlare "Il ruolo della Soprintendenza per la tutela e la salvaguardia della città antica" è un'occasione utile anche per far
comprendere quale tipo di lavoro si svolge all'interno della Soprintendenza.
Sulla città di Venezia il mio ufficio opera attraverso due conosciutissimi dispositivi di legge, molto vecchi ma molto efficaci: la legge 1089 del 1939 e la legge 1497 sempre del
1939. La prima si riferisce ai cosiddetti "Monumenti", la seconda alle "Bellezze naturali".
Gli edifici tutelati con provvedimento diretto, attraverso la L. 1089/39, sulla sola città di Venezia sono oltre duemila. Dunque, si tratta di una mole di vincoli molto consistente;
superiore, per esempio, a quelli operanti sull'intera Regione Lombardia che conta ben circa 1500 comuni. Inoltre, tutto il territorio della Gronda Lagunare è sottoposto a tutela
ambientale per effetto del combinato disposto delle leggi 1497/39 e 431/85.
A fronte di questo compito considerevole, la struttura dell'ufficio è una piuttosto leggera. In questo momento dispone di 5-6 architetti che si occupano complessivamente di diverse
migliaia di interventi l'anno (15 - 20.000) con modifiche del territorio anche considerevoli per dimensione e impatto.
Qual è l'orientamento e quali sono gli strumenti attraverso cui si applica la legge che tutela i cosiddetti monumenti?
I criteri che orientano la Soprintendenza nei confronti dei problemi della conservazione sono, sostanzialmente, le cosiddette Carte del Restauro. Che hanno subito notevoli evoluzioni a
partire da quella del 1931. L'ultima è del 1987.
Dunque, i criteri di valutazione dei progetti non sono casuali, ma orientati da strumenti il cui valore è ampiamente
riconosciuto, anche sul piano internazionale, e per fortuna non ottusamente rigidi come qualcuno vorrebbe far credere.
E' bene anche ricordare che il termine restauro è in disuso; oramai, si preferisce parlare di conservazione. Perché, dietro la parola "restauro" troppo spesso si nascondono
interventi di pesante ristrutturazione, demolizione e ricostruzione; in nome di una legge importante, ma per certi versi sciagurata come la 457 - titolo IV°, si sono perpetrati veri e
propri scempi.
Cosa si intende con conservazione-manutenzione?
Sono termini che si caratterizzano per differenza, per sottrazione. Sostanzialmente, s'intende quella serie di opere che consentono il mantenimento dell'efficienza degli elementi
costitutivi, che non comportino mutamenti distributivi, sostituzione di materiale se non in per parti quantitativamente irrilevanti, sostanzialmente ripetitive e che non comportino
alterazione di superfici interne ed esterne.
Mentre l'attività di restauro è altro da questo. E' sostanzialmente una mediazione tra istanze di conservazione e perdite di contesto materiale; ed è comunque, sempre
una scelta difficile. Alle volte addirittura sofferta; si colloca su quel difficile crinale che è appunto una opzione fra trasformazione e conservazione e si applica a quel complesso
di relazioni materiali e non materiali che costituiscono una fabbrica.
Comunque non è mai conservazione di una immagine. Ma conservazione materica di ciò che si ha, di ciò su cui si interviene. Che poi tutto questo, alla fine, possa
produrre l'effetto anche di conservazione di un'immagine è un altro discorso.
Da ciò discende con evidenza che lo scavo dei rii non è né manutenzione né restauro in senso proprio; e si colloca, potremmo dire così, in quell'area
indefinita, all'interno della quale ci possono stare anche manutenzione e restauro; ma per lo più si tratta di ripristino di carattere analogico.
Con questo non voglio assolutamente dire che lo scavo dei rii sia un'operazione scorretta. Anzi. Rientra perfettamente in una prassi consolidata che Venezia si è data da sempre. Di
modi che la città ha sperimentato con evidente successo fin dalle origini.
In questo tipo di operazioni, ciò che attrae l'attenzione della Soprintendenza è il ripristino delle rive. Di solito, si auspica la sola manutenzione delle rive, si prescrive
il recupero per quanto possibile dei masegni rimossi e si prescrive che vengano ricollocati nella posizione originaria; inoltre, vorremmo che fossero posati su sabbia, con giunto chiuso, a
secco, escludendo il cemento come sigillante.
Tutto questo viene sostanzialmente disatteso.
Perché? E' piuttosto semplice e si ripete da decenni. Sono andato a riprendere quello che succedeva vent'anni fa quando si rimaneggiavano come oggi i selciati. Anche allora si
voleva che i masegni venissero rimessi al loro posto. Anche allora s'invocava l'intervento della Sovrintendenza.
Oggi come allora non si veniva a capo di niente; non per cattiva volontà, ma perché mancavano e mancano gli strumenti tecnici, le maestranze per lavorare ai selciati come
vorremmo.
Non esistono più quelle conoscenze tecniche che per secoli hanno informato questo mestiere ed è improbabile un loro recupero.
Nel luglio del 1980 in città si aprì un'ennesima diatriba sul ripristino di alcune pavimentazioni. Il Sovrintendente di allora andò a cercarsi l'ultimo selciatore che
si trovava in circolazione; tale Umberto Dotto al quale venne chiesto come si dovessero rifare le pavimentazioni; quale fosse la regola d'arte.
La risposta la riporto così com'è l'ho trovata trascritta:
"Bisogna sostituire i masegni rotti con nuovi.
No ai pali di ferro.
Bisogna avere tempo e delicatezza: adesso c'è la smania del guadagno e i lavori si fanno troppo in fretta.
Con la lama si opera nelle connessure lentamente. Si aprono i giunti tra i conci con opportune lame e seghetti.
La rimozione avviene con attenzione
I successivi verranno rimossi più facilmente, con la leva da sotto.
Specialmente gli operai del gas, del gas e del telefono rovinano la pavimentazione: un colpo con lo scalpellone d'acciaio.
Spaccano i masegni per levarli più presto.
Esisteva il battipalo di legno fino a 10-15 anni fa. Era severamente proibito usare altre cose, sia per la posa in opera, che per la rimozione
La trachite è molto sensibile, soprattutto ai colpi d'acciaio e si sgrana facilmente.
Rimozione, soprattutto dei salizzoni (35x70) a spina di pesce (ad esempio via XXII marzo): si deve usare la lama a sega, come usavano una volta i vecchi scalpellini (e non le imprese che
fanno opere marittime, come l'impresa [].
Annotazione. Nel capitolato del comune si parla di macigni su cui è posto il fuori squadra sui fianchi laterali.
Oggi tale clausola non viene rispettata, perché la cava manda i macigni segati.
Opportunità di usare, in sostituzione del cemento, la calce idraulica.
Il fondo deve essere tutto di sabbia (almeno 10 cm.)
Qualsiasi operaio ora viene considerato facilmente selciatore.
Opportuna assistenza da parte dei tecnici del Comune.
Squadra composta da un selciatore e un operaio; e ogni due coppie uno scalpellino.
32 cm. di larghezza comunemente per Venezia.
Scelta della misura: se stretta, lo scalpellino riduce i macigni larghi o quelli che hanno avuto qualche lesione, evitando il più possibile di rendere il fondo del macigno
arrotondato e curvo perché <si siede> e aderisce meglio alla sabbia.
Un buon esperto di pavimentazione, il selciatore, può con esperienza porre in opera molti di questi macigni preparando una buona <setta> (letto).
Attualmente non esistono selciatori [sic].
Tra macigno e macigno un sottile strato di malta di calce idraulica per chiudere la connessione.
Tale giunto di malta sottilissimo ha la durata di due-tre anni per tutto il periodo di tempo necessario perché la strada si assesti sotto il carico della gente.
Dopo due anni il giunto torna a secco e quindi l'acqua piovana non penetra.
Non è opportuno che la pavimentazione vecchia abbia un trattamento della superficie, come ad esempio la bocciardatura, che verrebbe ad essere oneroso.
Suggerisco al sig. Assessore di far attenzione ai macigni bocciardati, che qualche volta possono essere fatti passare per nuovi.
Le pavimentazioni <moderne> in cemento fugato di cm. 3-4 vengono realizzate per assurde economie di fornitura.
Il difetto della pavimentazione è spesso causato per assaggi delle fughe di gas.
I cedimenti di parte della pavimentazione sembrerebbero causati dalla non corretta compattazione dei letti di sabbia: l'asporto della sabbia crea dei vuoti.
Molto spesso per gli assaggi delle fughe di gas si crea un'apertura dei giunti e non ci si preoccupa poi di chiudere le lesioni.
Per i masegni è preferibile la trachite grigia; seconda, distanza, la rossa; da escludere la verdognola.
Se tutte le opere fossero eseguite dalle ditte appaltatrici come descritto nel capitolato, non ci sarebbe niente da dire.
Ma chi ne garantisce l'osservanza?
La rimozione per manutenzioni comunali o private non potrà mai essere accurata in questi tempi dove si impara poco del mestiere.
I nostri vecchi avevano a disposizione tanto tempo, tanta esperienza e tata buona volontà. Ora imperano i soldi!".
Il capitolato cui faceva riferimento Umberto Dotto è il "Capitolato Speciale per le Opere Manutentorie" del Comune di Venezia, gli artt. 46 e 47 - parte I°, Normativa,
nell'edizione del 1agosto del 1974. Che recitava:
Art.46. Lastricati e selciati in salizzoni. Le riprese delle pavimentazioni verranno eseguite in maniera da non alterare l'andamento dei corsi già in opera,
né in modo da variare le pendenze della rimanente pavimentazione. Nelle riprese vengono comprese anche quelle da eseguirsi in seguito a manomissioni stradali eseguite da privati o
da Enti e servizi pubblici[]".
Art.47. Selciati in macigni. I macigni da impiegarsi nella costruzione delle pavimentazioni dovranno avere una superficie non inferiore a mq.0.12 e la dimensione di uno
dei due lati non dovrà essere inferiore a cm.20; la fascetta verticale di contatto non dovrà avere un'altezza inferiore a cm.5.
La faccia formante piano stradale dovrà essere perfettamente piana e lavorata alla bocciarda (16 denti); le facce di contatto saranno lavorate allo scalpello.
I macigni saranno posti in opera generalmente in corsi paralleli all'asse stradale; solo in casi speciali e in seguito a disposizioni della D.L., potranno essere posti in corsi
ortogonali all'asse stradale.
L'allineamento dei corsi dovrà essere in armonia coll'andamento della strada da pavimentare; la lunghezza di ogni corso verrà stabilita, caso per caso dalla D.L.
Il terreno su quale verranno posti in opera i macigni dovrà venire convenientemente costipato e ripulito da detriti.
I macigni dovranno appoggiare, con un sottofondo di sabbia dello spessore di 10-12 cm., su letto di malta e saldati fra loro pure con malta.
Le commessure non dovranno avere una larghezza superiore a mm.3. Nella costruzione della pavimentazione si dovrà tenere conto delle pendenze necessarie per lo smaltimento delle
acque meteoriche; tali pendenze verranno fissate, di volta in volta dalla D.L.
La pavimentazione potrà essere eseguita con macigni a giunti allargati o sfalsati. I giunti, in questo caso, di larghezza compresa fra 2 e 3 cm., saranno riempiti con malta
cementizia, dosata nelle proporzioni di q. 6 di cemento tipo (425), convenientemente compressa mediante apposito ferro, ed indi suggellati con malta dello stesso tipo, a ricca dosatura
(q.7 per mc. d'impasto).
I salizzoni e triangoli da impiegarsi nelle costruzioni di selciati a <spina pesce> o a corso retto, dovranno avere le esatte dimensioni prescritte. La dimensione della lunghezza
sarà doppia di quella della larghezza, salvo casi speciali.. Dovranno essere perfettamente rettangolari ed avere una fascetta di contatto non inferiore a cm.8 di altezza. Lo
spessore medio del salizzone non dovrà essere inferiore a cm.15.
La faccia formante il piano stradale dovrà essere perfettamente piana, lavorata alla bocciarda media (25 denti) con cordellina di contorno.
Le facce di contatto saranno lavorate allo scalpello e leggermente sottosquadra.
Nella posa in opera dovrà essere tenuto conto della perfetta corrispondenza di parallelismo fra l'asse stradale e l'allineamento degli spigoli dei salizzoni.
Il terreno sul quale verranno posti in opera i salizzoni dovrà venire convenientemente costipato. I salizzoni verranno posti in opera su un sottofondo di sabbia, delle spessore di
10-12 cm, su letto di malta, saldati tra loro pure con malta.
Le connessure dovranno avere uno spessore non superiore a mm.2.
Nella costruzione della pavimentazione si dovrà tener conto delle pendenze per lo smaltimento delle acque meteoriche. Tali pendenze verranno fissate, caso per caso, dalla D.L.
L'Impresa è tenuta inoltre a mantenere in opera per tutta la durata del lavoro e fino a completo indurimento delle malte, dei tavolati protettivi (quartieri) opportunamente
accomodati in modo da non rendere pericolosa la viabilità pedonale".
Si tratta di un capitolato piuttosto preciso, ma non troppo diverso da quelli attuali, che precisano il "quanto", e qualche volta anche il "come". Ma sicuramente non ci danno la sequenza
del fare. Niente dicono sulla regola d'arte; quando un'arte non è più parte integrante del nostro patrimonio culturale, il capitolato diventa uno strumento muto, che non
permette in alcun modo anche il recupero una tecnica artigiana come quella del "semplice" selciatore.
Ecco perché la testimonianza di Umberto Dotto diventa un documento prezioso, da cui quantomeno è possibile provare a recuperare delle coordinate per una modalità del
costruire ormai dimenticata.
Se oggi si vogliono recuperare margini di qualità per la città - e non solo per Venezia - bisogna ricostituire delle scuole e non solo per il problema degli interventi sui
rii.
Diversamente, dovremo accontentarci di quello che vediamo.
Per cui, diventa palesemente inutile gridare allo scandalo; è inutile farsi venire i lucciconi per i vecchi masegni, è inutile gridare al complotto quando non ci sono
né qualità imprenditoriali, né regole che consentano di realizzare i lavori così come vorremmo che fossero.