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ARCHITETTI VENEZIANI
ASSOCIAZIONE TRA LIBERI PROFESSIONISTI
SCAVO DEI RII
Problemi di manutenzione e sopravvivenza
ATTI DEL CONVEGNO
Ateneo Veneto, 5 febbraio 1999

Dibattito

(Prima parte)

Ing. Turlon:
La peculiarità dell'intero sistema urbano della città, oltre le caratteristiche tipologiche di alcune aree, ci ha suggerito di ricercare e migliorare il sistema metodologico di analisi e di controllo perché le caratterizzazioni che il signor Rizzetto, tra l'altro, suggeriva dicendo basta CPT o CPU, non sono sufficienti; io non dico di farne una: facciamone cento! facciamo sondaggi. Facciamo! Di cosa ci stiamo accorgendo: che non bastano. Quindi non è un discorso di dimenticanza: è un discorso molto più complesso.
Perché nonostante tutte le attenzioni, nonostante tutti gli accorgimenti, la semplice messa in asciutto di un tratto di porzione di un sistema va ad innescare disagi e quelle che si possono chiamare "alterazioni comportamentali in stato latente."

Allora i problemi sono di due tipi: chi si è dimenticato, chi ha sbagliato. Ormai l'analisi geotecnica, Lei ce l'ha ricordato, è prevista per legge. Cosa si fa, cosa si faceva fino ad ora, e cosa stiamo cercando di migliorare? Tutte le analisi per le quali profondiamo impegno ed estensione, sono accompagnate dalla visita agli edifici, a tutti gli edifici, non solo quelli sul Rio, ma anche quelli prospicienti il Rio, sulle fondamenta; dalla fotografia, dalla certificazione. Tutto questo viene richiesto per capitolato; l'impresa lo esegue.
Nel momento in cui avviene il danno, avviene anche la certificazione e la verifica delle differenze.
Lei, forse, fa riferimento ad un caso particolare dove, o per incomprensione o per gestione di tipo diverso, questo non è avvenuto. Però, in tutti i cantieri vengono fatti questi sopralluoghi e vengono confrontati.

Accennava anche ad incomprensioni iniziali.
L'ho detto anche nella mia relazione: il cittadino è, sempre e per primo l'elemento principale a cui attendere. Il committente però opera attraverso appaltatori e la legge regola anche la gestione dei danni. Per la particolarità del tessuto in cui operiamo, nonostante le attenzioni e le cure, l'utilizzo di nuovi mezzi che fino a qualche anno fa non erano usati e che in grande parte del territorio non fanno danni, in alcune zone riescono ad innescare quella situazione latente di alterazione del sistema che nessuno vuole ma che spesso troviamo.
Questo ci sta obbligando ad avere più attenzione anche nei confronti delle imprese. Si sa benissimo che il contratto gestisce anche il rapporto tra il committente e l'impresa. Bisogna verificare se il danno sia dovuto ad azione colposa; non tanto dell'impresa, ma del singolo operaio, che, come diceva Lei, si è intestardito con la palancola che trova sotto il masegno. Allora questo è un danno colposo che va riferito all'impresa.

Altra cosa è invece l'insieme della semplice messa in asciutto di una attività di movimentazione di cantiere? A questo proposito, mi pare che Insula abbia risposto in maniera opportuna e stia già ristorando le persone agendo direttamente sugli edifici nell'area di Murano, così come nei pochi casi che abbiamo nel centro storico.
Ecco, questa è un'altra cosa, proprio per curiosità, non per polemica: vediamo che in alcune aree, in alcune zone, questi eventi si manifestano in percentuale molto superiore che nel centro storico; significa che c'è un'edilizia, oltre che degradata, di altra qualità.
Le operazioni sono sempre le stesse; giustamente, bisogna porre più attenzione. Cioè, fare 10 CPT, 10 CPU, 50 sondaggi, 50 carotaggi, mettere piezometri: tutto questo ci insegna cosa è avvenuto. Ma non ci insegna, non ci dice cosa occorre fare per correlare la caratterizzazione dei singoli casi.

Noi facciamo georadar; facciamo carote per individuare la quota degli edifici (si fanno carote fino a 15 metri), del terreno, si possono fare tutte le analisi; ma finché non si trova un nuovo approccio metodologico per affrontare questo stato di degrado, ogni sforzo sarà vanificato. Ecco perché dicevo che oggi è emerso che occorre ribaltare l'approccio fino ad ora seguito.
Occorre conoscere l'abitato, intervenire sull'abitato privato, fare progettazioni preliminari per poi definire al meglio l'intervento all'esterno, anche se la tempistica da concordare con la parte interna potrà avere sviluppi diversi dal cantiere pubblico, che avrà una sua programmazione.

Oggi è questo il salto di qualità, non una CPT, una CPU in più o una visita o uno stato di consistenza. Queste sono cose che vengono fatte, ma non bastano. Noi ci stiamo impegnando per trovare, con la comprensione e con la collaborazione della cittadinanza, il modo per lavorare insieme, per abbattere al massimo i disagi, non nascondendo che possono in ogni caso avvenire, ed essendo pronti, se avvengono, ad intervenire affinché siano finalmente risanati.

Dr. Rizzetto:
Voi avete ammorbidito il vostro atteggiamento solo perché l'azione, non solo del Comitato, ma anche dei singoli cittadini, vi ci ha costretto, ma continuate ad operare, diciamo così, con una certa sufficienza.
Tutto quello che Lei mi dice di georadar, di CPT, di CPU, etc., queste cose so che Lei le sa, ma io non ho idea, ed assieme a me tutti i componenti del Comitato, non abbiamo la certezza, che vengano fatte, ne quante sono state fatte, ne da chi vengono interpretate.
E se Lei mi dice che queste ora restano solo come un documento di conoscenza, vuol dire che qualcuno non le sa leggere, non le sa adoperare, che sono inutili, tanto per capirci.

Sono stato chiaro?
E inoltre, non faccio riferimento a quell'unico caso di Murano, di cui entrambi conosciamo la situazione, ma un po' a tutto il contesto: voi dovete mettervi in testa che siete delle imprese, che lavorate per i cittadini, e con i soldi dei cittadini, signori miei.
Niente spocchia! Collaborazione e fine.

Ing. Turlon:
Guardi, quello che Lei chiama spocchia, non è altro invece che un po' di accortezza e comprensione.
Se ci sono problemi, Lei ha tutto il diritto di interpretarli come vuole. Non sono da nascondere, per non riconoscerli in maniera lineare.
E mi pare che già da tempo quando sono emersi i problemi, nel momento in cui vengono focalizzati ed analizzati , la Società " Insula" sia stata la più diretta la più immediata.
La Società ha operato in forma diretta, principale, e l'attività di ripristino è già in corso.

Prof. Stefano Boato, docente IUAV:
Prevedevo che quella di oggi fosse una grande occasione e in effetti lo è stata. Come qualcuno ha già detto dovremmo poterlo fare più spesso: creare gli spazi e le condizioni per analizzare e discutere in modo approfondito e serio tematiche che sono di grande rilievo per questa città.
Perciò credo che vada ringraziata l'Associazione che ha promosso questo dibattito: anziché parlare di questi temi privatamente tra di noi, si è andati ad un confronto pubblico entrando specificatamente nel merito dei singoli temi e lavori. Bisogna ripetere occasioni come questa, che sono preziose soprattutto perché in città si riesce a superare solo raramente un modo di confrontarsi e discutere che va avanti per anatemi politici o schieramenti che sottendono grandi interessi però mai esplicitati; la discussione avviene a prescindere dai problemi di merito, in base a schemi precostituiti o addirittura ad affermazioni astratte, ideologiche.

Per cui ben vengano veri dibattiti come questo, affollato e approfondito come non vedevo da tanto tempo con un confronto "laico" e corretto anche se molti di noi seguono queste problematiche da anni in modo appassionato perché ci si crede pur non smettendo mai di ripensare in base alle esperienze che si approfondiscono, evolvono e chiariscono nel tempo.
Dico questo perché anche quest'ultima discussione, sollevata dal geologo Rizzetto, credo sia all'interno di ognuno di noi, in positivo, come problema aperto. Ho sentito riproporre le problematiche degli interventi di Burano, Pellestrina, Cannaregio, Giudecca. Personalmente, in veste di assessore, a Pellestrina ho seguito più volte assemblee affollatissime con centinaia di persone in tumulto percome venivano svolti i lavori pubblici nell'isola. Quindi so molto bene che siamo di fronte ad un grande problema, però voglio capire bene ed evitare equivoci.

Mi sembrano giuste le conclusioni: dobbiamo lavorare con migliori tecnologie, modalità e attenzioni.
Ma dev'essere ben chiaro che noi non possiamo non fare la manutenzione urbana straordinaria.
Ci sono voluti oltre dieci anni di discussioni e stimoli per ripartire dopo 30 anni di inerzia: nel 1985 abbiamo affisso manifesti sui muri di questa città per chiedere di far ripartire la manutenzione straordinaria con lo scavo a secco dei rii. Io ero un ragazzino con i calzoni corti quando osservavo gli ultimi lavori di manutenzione delle fondamenta e degli edifici dei nostri genitori; poi per quasi quarant'anni si è fatto finta di non vedere che la città stava crollando, venendo letteralmente giù a pezzi.

Quindi dobbiamo essere chiari: paghiamo caro, carissimo, trent'anni di amministrazioni, di tutti gli schieramenti, che hanno avuto attenzione e interesse solo per le nuove opere che si vedono, che si inaugurano con il taglio del nastro; passando così alle generazioni successive una città con disastri enormi nella quale solo da poco tempo, con grande impegno, si è finalmente ripreso a fare manutenzione straordinaria.

Vorrei anche riprendere un aspetto problematico di fondo discusso molte volte con l'ing. Turlon che ho trovato più disponibile di molti altri. Il problema si era evidenziato giù a Pellestrina e all'inizio non era evidentemente all'attenzione. A seguito dei lavori pubblici sulla banchina fronte laguna quasi tutte le case si erano fessurate. Era avvenuto quello che si è riproposto per alcune situazioni a di Burano. Occorre dire che siamo in presenza di edifici vecchissimi praticamente senza fondazioni.

Dobbiamo averlo chiaramente presente: ci sono pseudo fondazioni di 40-50 cm. Se si transita sistematicamente con grandi camions sulle calli e piazzette prospicienti gli edifici, costruite con sottofondi e pavimentazione in masegni predisposti per il transito pedonale tradizionale (come a Pellestrina), o se si apprestano cantieri con modalità e tecnologie non adeguate alla fragilità e vulnerabilità dei luoghi, è ovvio che si creano grandi danni e talvolta si provocano disastri.

Ho visto recentemente anche le sezioni di Burano, ma a suo tempo come assessore all'urbanistica, in accordo con la soprintendente Margherita Asso, ho fatto fare rilievi e sopralluoghi molto accurati degli insediamenti storici di Pellestrina, misurando edificio per edificio, ogni soglia, porta e finestra prima di fissare le norme che consentono il rialzo sino a quota 1,30 sul livello medio marino, e questo nel rispetto del contesto edilizio storico e paesaggistico.
Perciò, conoscendo le caratteristiche tipologico strutturali di gran parte degli edifici, si fa presto a comprendere come mai quando grandi camions passano per due anni tutti i santi giorni con carichi molto pesanti dove non avrebbero dovuto passare (pavimentazioni pubbliche e edifici privati vecchissimi ed estremamente vulnerabili) si creano moltissimi danni.
Spero solo che l'esperienza di Pellestrina permetta di modificare le modalità di conduzione dei lavori quando si interverrà su condizioni edilizie analoghe o forse ancor più fragili come a Burano.

Ma resta il nodo di fondo: per quanto delicate e vulnerabili siano le situazioni non possiamo non fare la manutenzione straordinaria urbana.
Come drammaticamente ricordava alla fine del suo intervento l'ing. Turlon, quando mettiamo a secco i rii e andiamo a intervenire sulle strutture sottostanti non solo facciamo emergere i dissesti che ci sono ma erano nascosti alla vista, ma in alcuni casi anche senza volerlo rischiamo di destabilizzare equilibri precari che in qualche modo ancora tenevano, l'intervento stesso di manutenzione e risanamento può innescare processi di ulteriore dissesto. Per questo ha ragione il geologo Rizzetto quando dice:" occorre essere ancora più accorti nelle modalità dei lavori".

Ci sarebbero da dire altre cose sulle metodologie degli interventi, ma per brevità rinvio ad altra occasione e mi limito a ricordare che in termini di progettazione, scelta delle modalità di gestione dei lavori, dei materiali e delle tecnologie dell'intervento, occorre garantire e sfruttare il massimo delle conoscenze e qualità professionali disponibili e promuovere un rapporto positivo con la cittadinanza; anche così comunque troveremo sempre problemi nuovi da affrontare con la massima attenzione.

Premesso questo vorrei entrare nel merito di alcuni temi.

1) Il problema di fondo a me pare essere se e quanto rialzare la pavimentazione pubblica (o in altri casi fare difese dalle acque alte solo ai margini delle insule o delle "macro insulae") nel momento in cui si procede a fare la manutenzione urbana straordinaria.
Questa città nel corso dei secoli ha rialzato le pavimentazioni come minimo di un metro, probabilmente molto di più: uso una misura prudenziale perché gli studi di Pirazzoli rendono problematiche le valutazioni di 2 metri riferite alle pavimentazioni di 2000 anni fa.
Occorrerà andare ad un confronto molto attento delle risultanze dei rilievi di una decina d'anni fa di Pirazzoli su tutta una serie di edifici e dei rilievi archeologici più recenti. Occorrerà arrivare a definire con ragionevole precisione il livello dei suoli in epoca romana, romanica, gotica, rinascimentale.

Comunque possiamo certamente dire che, senza alcun bisogno di delibere, i veneziani nei secoli in ogni occasione nella quale sono intervenuti hanno rialzato sistematicamente i suoli e le pavimentazioni, con un dislivello complessivo di almeno un metro tra le quote originarie e quelle attuali. Il problema si pone oggi perché la nostra cultura ci impone il rispetto della città storica già costruita, mentre le generazioni precedenti demolivano e ricostruivano gli edifici o rialzavano le pavimentazioni ai margini anche di complessi del massimo valore architettonico (vedi chiese di S. Giovanni e Paolo e dei Frari) senza molti scrupoli.
Saremmo degli incoscienti e irresponsabili se non verificassimo di volta in volta che l'intervento sia fattibile, ragionevole tecnicamente ed economicamente, ma soprattutto compatibile con il contesto dello specifico luogo nel quale si opera.

Questa linea il Consiglio Comunale l'ha votata all'unanimità ancora nel 1995 dopo otto mesi di riunioni, di Commissioni e gruppi di lavoro specifici: "Il Consiglio ritiene che possano e debbano procedere tutti gli interventi di rifacimento dei marginamenti, delle pavimentazioni e dei collettori fognari con il rialzo in particolare degli spazi e dei percorsi pubblici(connesso agli interventi interni agli edifici) a quote attentamente valutate e progettate zona per zona; quote compatibili con il non stravolgimento dello specifico tessuto storico, urbanistico, paesaggistico ed edilizio" (O.d.G. 15.3.'95).
Va ribadito che non c'è, e non può, né deve esserci una quota di rialzo unica per tutti i luoghi, tanto è vero che solo un quarto della città è sotto la quota di 1,20 m sul medio marino e la gran parte della città è a quote superiori molto differenziate tra di loro in genere in rapporto al più o meno recente periodo di urbanizzazione ed edificazione. Infatti in qualche caso l'intervento ha portato ad un rialzo anche di 1,50 m. sul medio marino, quota che esiste già in alcune parti della città, come alla Giudecca, a S. Elena, in Marittima: se non c'è alcun problema sarebbe strano non farlo. Il rialzo viene fatto per quanto possibile, compatibilmente con il contesto.

Per questo io non capisco la frase di poco fa del collega prof. Bellavitis: "dieci centimetri in più o in meno che cosa cambia? ".
Certo che cambia, e cambia molto: sopra il metro sul medio marino ci sono otto eventi di acqua alta all'anno, sopra 1,20 m ci sono solo1,5 eventi all'anno mediamente della durata di 2 ore e 27 minuti, con altezza massima di11 cm; in proposito ormai conosciamo ogni dettaglio.
Quindi non è la stessa cosa se cerchiamo di difendere le parti più basse della città tendendo almeno ad 1,20 m sul medio marino o se volutamente si impone a priori in tutti gli interventi di non superare il metro.
Queste discussioni per fortuna non sono più astratte e teoriche. Dopo un percorso amministrativo e tecnico molto lungo e complesso, da un paio d'anni sono finalmente partiti i lavori di manutenzione urbana straordinaria ("Progetto integrato rii", prima fase del programma di manutenzione urbana: "Cantieri d'acqua") e si sta verificando concretamente, zona per zona, punto per punto, dove, quanto e come si può rialzare. La necessità di questa verifica diretta era già stata prescritta da un voto del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, ma per anni non se ne era fatto nulla, dando per scontato che non si doveva superare la quota di un metro sopra il medio marino.

2) Comunque la manutenzione urbana va fatta, finalmente è avviata dopo decenni di stasi, non dovrà fermarsi mai più.
E' un ciclo già programmato, terminato il quale tra una ventina d'anni occorrerà riprendere il lavoro dall'inizio; spero che nessuno vorrà mai più rimettere in discussione questa necessità, che resterà sempre prioritaria per la vita di una città, specialmente una città storica e una città d'acqua.
Le cose stanno così, e sembrerebbero chiare, ma qualcuno dei cinque supposti "esperti internazionali" dovrebbe spiegarci perché si dovrebbe ora alzare "poco" (sino ad un metro sul medio marino) e rivalutare il tutto in futuro, e se si riterrà necessario alzare di più in una fase successiva. Ma chi è l' "esperto" che dovendo fare un lavoro, non lo fa comunque "al massimo" e "al meglio" del possibile ?

Fatto al momento della manutenzione straordinaria generale il rialzo della pavimentazione pubblica costa solamente tra l' 8 e il 10 per cento in più di quanto si spenderebbe comunque. A parte la necessità di riaprire i cantieri e ricominciare da capo, il rialzo rifatto successivamente, a prescindere dalla manutenzione, quanto verrebbe costare ?







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