Il mio intervento, più che una relazione, sarà una illustrazione di immagini condotta lungo un percorso diviso in due parti tra di loro collegate e ed esposte in
parallelo.
La prima parte sarà un
excursus sui cantieri aperti in città, o appena conclusi, dai quali sarà possibile ricavare l'entità e la quantità dei
problemi che si devono affrontare e risolvere quando si decide lo scavo di un rio, con riguardo più alle metodologie di approccio ed esecuzione dell'intervento che alle tecniche
impiegate.
Infatti se è vero che la tecnica o, più propriamente, la tecnologia gioca un ruolo molto importante nell'intervento di scavo dei rii e di restauro delle sponde,
ancora più importante della tecnologia è il metodo, in quanto le situazioni possibili sono molto varie e diverse tra di loro e richiedono, quindi, approcci diversi che
talvolta si avvalgono anche di tecnologie avanzate ma, più spesso, ricorrono a metodi tradizionali con ottimi risultati.
La seconda parte sarà rivolta ad indagare un aspetto molto particolare degli interventi sul quale finora, a mio parere, non è stato posto l'accento con sufficiente attenzione.
Questo aspetto coinvolge soprattutto la nostra figura di architetti, in quanto figure professionali che pongono una particolare attenzione nei confronti del dettaglio, della qualità
dell'esecuzione, della scelta dei materiali, in una parola del progetto nel suo complesso e non solo limitato agli aspetti che, per brevità, definisco "ingegneristici", intendendo
con questa parola le scelte progettuali che determinano un intervento finalizzato principalmente alla durabilità dell'opera.
Dal nostro punto di vista ciò ha una grande rilevanza negli interventi, proprio per realizzare quell'idea di conservazione alla quale faceva riferimento l'arch. Cecchi. A tal
proposito vorrei fare una precisazione che, mi pare, sia significativa. Ritengo più corretto, negli interventi oggetto di questo convegno, usare il termine "conservazione" piuttosto
che quello di "restauro": il primo, infatti, mi pare più appropriato perché implica un salto di qualità nella progettazione, in quanto fa un richiamo specifico alla
"cultura del progettare".
Cultura fatta di conoscenza storica, di conoscenza dei materiali e delle loro caratteristiche, delle tecniche e dei metodi di lavorazione, mentre il termine "restauro" può indurre a
credere che si possa evitare un approccio operativo così specificatamente culturale, in quanto si possono fare restauri che comportano interventi sostitutivi e, quindi, aperti a
forme nuove di rifacimento e/o di completamento delle opere che possono comportare forti equivoci e perdita di memoria, come vedremo anche da esempi che illustrerò nel seguito del
mio intervento.
Il termine "conservazione" non va inteso tuttavia, secondo il mio parere, in senso restrittivo, come puro mantenimento dello
status quo del monumento e del suo aspetto. Noi
architetti veneziani diamo a questo termine il significato più ampio di conservazione dell'immagine della città, della sua cultura, del carattere specifico ed unico che essa
possiede. In una parola: della sua "anima".
Colgo qui l'occasione per sgomberare il campo da una polemica che si è affacciata, qualche tempo fa, sulle pagine del Gazzettino, quando alcuni di noi evocarono il termine
"venezianità" e a questo nostro richiamo fu risposto che quel termine era bene non usarlo perché sapeva di "puzza sotto il naso" e tendeva ad escludere dalla progettazione e
dalla esecuzione degli interventi nel centro storico quanti, pur avendo capacità e cultura per farli, non erano però nati a Venezia.
Voglio ora chiarire che "venezianità" non è termine anagrafico. Per tutti noi significa avere acquisito, assimilato la qualità storica, artistica, sociale di questa
città: essersi appropriato dei suoi caratteri peculiari e distintivi. Chiunque, e non solo chi in questa città è nato, può acquisire questa sensibilità,
poiché ciò avviene quando in questa città si vive, si cammina per le sue strade, si "perde tempo" (l'ozio degli antichi) a pensarla e ripensarla, magari dopo averla
guardata nei particolari più nascosti e più intimi, aver scrutato le case, gli infiniti oggetti che su di esse appaiono, essersi riempiti gli occhi e l'animo dei mille e mille
dettagli che ne fanno una città così ricca nell'immagine e nei significati da poter evocare per lei un "genius urbis".
A questo "genius urbis", così come più di cinque secoli fa fece il mercante Dario costruendo la sua splendida dimora sul Canal Grande, noi vorremmo dedicare la giornata
odierna.
1) Lo scavo in asciutto dei canali, portato a profondità eccessiva, può far correre il rischio di mettere in vista le antiche palificate di fondazione. Queste
possono essere di due tipi: o sono strutturali, hanno cioè la funzione di sostenere i primi corsi di mattoni e/o di conci in vivo sui quali, successivamente, sono elevati i muri
portanti dell'edificio; oppure sono posti in fila, quasi una berlinese
ante litteram, con funzione di costipamento del terreno e di protezione della fondazione. La loro esposizione
all'aria e alla luce, dopo secoli di immersione nel fango, può produrne il rapido deterioramento, con conseguente danno per la stabilità delle strutture murarie.
2) Il sottosuolo di Venezia è, naturalmente, ricco di acqua: non solo quella salata proveniente da infiltrazioni attraverso le connessure dei paramenti delle rive e
dei palazzi o da fenomeni di sifonamento, ma anche di acqua dolce dispersa dal sistema fognario obsoleto e di provenienza meteorica. La presenza di acqua dolce è particolarmente
pericolosa per le strutture lignee sommerse, quali sono le palafitte fondazionali e le zattere di appoggio dei muri portanti, in quanto accelera, diversamente dall'acqua salata, il processo
di putrefazione del materiale.
Segnaliamo in questa occasione - ma lo abbiamo già fatto in un precedente convegno degli AA.VV.- la necessità e l'urgenza di predisporre un progetto globale e organico di
restauro del sistema di smaltimento delle acque di superficie: parlo di restauro perché il sistema esiste già da molti secoli -è uno dei più antichi d'Europa- ed
è costituito da collettori principali, da collettori secondari, da "braccetti" di collegamento ai collettori delle "musine", che altro non sono che le caditoie realizzate con
"masegni" di trachite, così chiamate per lo loro particolare conformazione con un solo taglio.
La necessità di formare una rete di sottoservizi, nel tempo sempre più estesa e complessa, ha prodotto danni ormai incalcolabili, distruggendo in moltissimi casi i collettori
in muratura con volta e, soprattutto, interrompendo il collegamento dei braccetti con i collettori. Anche i collettori di fognatura nera, almeno quelli presenti nella pubblica via, hanno
subito spesso la stessa sorte. Il risultato è che l'acqua dolce, sia di pioggia che di fognatura, non più incanalata, si disperde nel sottosuolo scavando cunicoli, sottraendo
terreno e irrorando le palificate di fondazione delle case veneziane.
(foto)
3) La vetustà delle strutture unita alla violenza del moto ondoso sono le cause principali del franamento di porzioni, anche cospicue, nei muri di fondazione degli
edifici non meno che delle rive e delle sponde viarie. Questa situazione molto diffusa nel contesto dei canali, come è facilissimo constatare, richiama subito l'attenzione su due
questioni poste dagli interventi attuati per il ripristino.
Il primo riguarda le tecnologie adottate per consolidare la struttura spondale, ripristinandone le funzioni di contenimento delle spinte della terra e delle fondazioni degli edifici, ma
anche consentendole una maggiore resistenza all'azione del moto ondoso e, quindi, una maggiore durabilità. Il secondo riguarda i materiali usati per la ricostruzione o l'integrazione
delle strutture antiche.
La prima questione si presenta ogniqualvolta il progressivo cedimento delle sponde abbia compromesso la stabilità degli edifici gravanti su di esse. I rimedi adottati vanno dalla
costruzione di nuovi muri di sponda in calcestruzzo armato, fondati perlopiù su micropali e successivamente rivestiti in cotto per un ripristino visivo delle rive, alla formazione di
berlinesi di contenimento alle spalle dei ricostruendi muri di sponda, come è avvenuto in rio delle Frescada. Sulla bontà di queste tecnologie, che indubbiamente introducono
elementi di discontinuità e differente rigidità nella teoria spondale, sarà giudice il tempo.
La seconda questione ha bisogno, invece, di un giudizio che non può essere rinviato: la scelta dei materiali "tradizionali" da impiegare nei lavori richiede, infatti, una grande
attenzione, sia perché alcuni di essi sono ormai divenuti merce introvabile, come i "masegni" in trachite di Monselice o la pietra d'Istria, sia perché diverse sono le
tecnologie impiegate per produrli, come nel caso dei laterizi. Della trachite avremo occasione di parlare più avanti. I mattoni sono gli elementi largamente costitutivi dei muri di
sponda, non meno che dei muri di fondazione degli edifici.
Con grande frequenza si pone la necessità di sostituire o integrare il paramento in cotto o il muro di supporto del paramento in pietra, come si è fatto in campo dei Frari.
Sorge in questi casi la questione relativa alla scelta del materiale sostitutivo, cioè al mattone da usare.
E' una questione delicata perché i mattoni non sono tutti eguali e si può sicuramente affermare che il mattone attuale, il mattone nuovo trafilato, è un materiale
inadeguato a questo tipo di intervento. Il mattone trafilato è cotto ad una temperatura di circa 1100°: ne risulta un prodotto parzialmente cristallizzato, estremamente compatto
anche a causa della trafilatura, molto rigido e privo di qualsiasi adattabilità, per cui in fase di assestamento dell'opera tende a spezzarsi.