Meglio sarebbe procurarsi mattoni vecchi di recupero, tecnica largamente impiegata nel passato, anche recente, e dettata appunto dalla opportunità di utilizzare materiale consono, oltre che da evidenti scelte di natura economica.
Il mattone usato è però una merce abbastanza difficile da reperire, in quanto il suo costo, determinato dai costi di accurata rimozione, pulizia, raccolta in luogo opportuno,
trasporto lo rende non competitivo.
Si ricorre perciò al mattone nuovo cosiddetto "tipo a mano", che altro non è che un mattone trafilato e successivamente sabbiato per dargli un aspetto più gradevole. Sarebbe opportuno, volendo utilizzare il prodotto nuovo, richiedere alle fornaci la produzione di mattoni cotti a temperature inferiori ai 1000°, meglio tra i 940° e i 960°, perché a queste temperature si ha un tipo di mattone che resta poroso, parzialmente plastico, più resistente e adattabile ai cedimenti che ci possono essere nella struttura in fase di assestamento.
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I conci di pietra d'Istria, i "bolognini", possono essere strutturali o di solo rivestimento. Spesso risultano fortemente intaccati dall'aggressione acida dell'acqua e, quindi, si
può porre l'esigenza della loro sostituzione. Oppure si sono staccati e deve essere integrata la loro mancanza. Il reperimento del materiale sostitutivo è ormai impossibile,
da quando le cave in Istria sono state chiuse, segnatamente quelle di Rovigno e di Orsera dalle quali proveniva il materiale più puro e, quindi, più bianco.
Oggi si può avere un materiale che proviene da cave poste all'interno dell'Istria, per esempio a Pisino, che presenta un colore leggermente grigio con venature più marcate e,
talvolta, di colore giallo. Oppure si usa la pietra di Trani, che è un buon surrogato, malgrado le venature rossastre che lo caratterizzano. Come sempre , bisognerebbe recuperare il
massimo possibile dei materiali rimossi, trovando il posto dove accatastarli, selezionarli e prepararli per il loro reimpiego.
Gli interventi di manutenzione consistono prevalentemente nella stuccatura delle connessure aperte tra i bolognini utilizzando materiali appropriati che la moderna tecnologia offre in
abbondanza. Per i riempimenti profondi si possono usare iniezioni di betoncino o di materiali più avanzati, come i
micro-lime, iniettati con pressione controllata attraverso
cannule poste nelle connessure. In superficie si interviene con malte tixotropiche prive di ritiro, oppure con finitura a base di malta di calce Lafarge con polvere di marmo.
Infine due parole su una tecnica che vedo usare talvolta a protezione dei paramenti. Consiste nel predisporre a ridosso del paramento una rete elettrosaldata, fissata alla struttura con
chiodi o arpici, dopodiché si procede a ricoprire con betoncino la rete formando sullo zoccolo di fondazione dell'edificio una crosta cementizia armata dello spessore di circa
6÷8 cm che ha la funzione prevalente di protezione del materiale sottostante.
A mio parere si tratta di un intervento abbastanza pesante che solo il tempo dirà se è giustificato oppure no. Un altro e più sperimentato intervento protettivo alle
fondazioni è costituito dalla formazione del cosiddetto "batolo", cioè una cordonata in calcestruzzo armato a ridosso della fascia di fondazione dell'edificio con l'evidente
scopo di proteggerla dal moto vorticoso prodotto dalle eliche, moto che provoca l'abbassamento del fondale e lo scoprimento delle strutture più delicate: una soluzione moderna che
sostituisce la più antica consuetudine di formare una palizzata, come ho ricordato più sopra.
(foto)
4) Sulla questione dell'innalzamento delle rive, questione vitale e sostanziale del programma di interventi nei rii veneziani, è aperto un dibattito.
A mio parere il dibattito dovrebbe essere già concluso: infatti che l'innalzamento delle sponde sia di per se un fatto positivo lo dimostrano i primi interventi eseguiti, anche se
è auspicabile che in futuro si possano apportare dei sensibili miglioramenti nell'esecuzione stessa. Sulla quota dell'innalzamento c'è stata, a mio parere, una polemica
eccessiva e forzata. Credo, infatti, che non si possa stabilire un minimo e che, invece, si debba tendere al massimo innalzamento possibile, compatibilmente con l'utilizzo delle strade, con
il rispetto degli edifici che sulle strade si affacciano, con la più ampia tutela ambientale e architettonica.
Gli interventi in fondamenta della Misericordia e in rio dei Tolentini costituiscono due esempi emblematici, anche rispetto al tipo di approccio diverso al problema che nella loro
progettazione ed esecuzione è stato attuato. Sono entrambi sostanzialmente positivi, perché accuratamente progettati e ben eseguiti. Entrambi, però, denunciano una
grave carenza, che è poi il problema fondamentale per questo tipo di intervento: la mancata conoscenza, corretta e approfondita, dello stato di fatto, rilevando non solo l'aspetto
esterno dell'area di intervento, ma anche i piani terreni degli edifici interessati. Va subito detto che questi progetti sono stati seguiti e approvati dagli enti istituzionalmente preposti
alla tutela: Comune di Venezia, Magistrato alle Acque e Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici.
In particolare il rapporto con la Soprintendenza ha consentito di individuare gli interventi ammissibili e quelli non ammissibili. Già questo fatto ha introdotto alcune interessanti
innovazioni per la progettazione. Ne cito una per tutte: la possibilità, finora negata, di elevare la quota della soglia di un portale inserendo una nuova soglia in pietra tra gli
stipiti. Ciò ha consentito di raccordare la quota della strada pubblica con gli ingressi privati, ma ha lasciato irrisolto il problema dell'allagamento dei piani terra.
In altri casi, non potendo elevare la soglia, si sono create delle zone ribassate nella viabilità pubblica: se raccordate con leggere scarpate sono state chiamate "bassure"; se
formando un gradino, segnalato da un contorno in pietra bianca, sono state chiamate "bussole". La prima soluzione, adottata in via sperimentale, conferisce al piano stradale un andamento
irregolare di non gradevole effetto.
La seconda soluzione, di contro, crea una situazione di pericolo per chi cammina lungo la strada, specialmente se viene realizzata in situazioni non sufficientemente larghe. La soluzione
giusta, probabilmente, è quella di non fare né le bassure né le bussole e ciò è possibile solo presentando una progettazione totale coordinata tra esterno
ed interno degli edifici.
Qui si apre una questione di grande rilevanza che coinvolge, in primo luogo, le istituzioni che ho prima ricordato. E' necessario, infatti, poter conoscere fino a che punto è possibile intervenire con il rialzo della soglia e della pavimentazione interna, da una parte nel rispetto delle caratteristiche architettoniche, e quando è il caso anche monumentali, dell'edificio definendo con precisione gli interventi ammissibili e quelli sconsigliabili; per un altro verso nel rispetto delle altezze minime per l'abitabilità.
E' chiaro che nel primo caso giudice insindacabile deve essere la Soprintendenza, mentre nel secondo caso bisognerà chiedere al Comune
di adeguare la normativa in senso moderno,
legando il riconoscimento dell'abitabilità non solo a parametri metrici di altezza, che comunque vanno rivisti al ribasso, ma anche ad altri paramenti igienici, quali la
luminosità e il numero di ricambi d'aria, che oggi si possono avere anche con sistemi meccanici di controllo ambientale e non solo definendo altezza e/o cubatura minima per il
soggiorno.
(foto)
5) Un intervento di manutenzione urbana generalizzato e di così ampia estensione pone subito in primo piano due questioni: quella del reperimento del materiale
sostitutivo e quello dalla sua lavorazione.
Ho già parlato prima del mattone e della pietra d'Istria. Vorrei qui ritornare sull'argomento per parlare anche dei "masegni" di trachite e per approfondire il discorso sulla
lavorazione. In alcune foto si vedono i conci di trachite di Monselice, come quella che si è usata fino a qualche tempo fa a Venezia, che vengono rimossi ed accatastati, ma non
sempre per essere riutilizzati sul posto.
La rimozione comporta una vera e propria strage di questo materiale ormai prezioso, come pure la loro successiva lavorazione. Ho avuto l'occasione di parlare con un operaio chiamato a
rifare un selciato. Era di una impresa non locale, di quelle che vincono gli appalti al massimo ribasso, al quale era stato detto di rifilare tutti masegni per porli in opera con una fuga
di 4÷6 cm da riempire poi con cemento pozzolanico e "fugare" con l'aiuto di una tondinella!
Questo scempio è cosa gravissima, non essendo più disponibile la sua sostituzione: le cave di Monselice, dalle quali proveniva un materiale scuro con venature splendidamente
colorate, sono da anni chiuse e si è costretti a ricorrere a cave alternative, come quelle di Montegrotto o di Montemelo, che però danno un materiale grigio, monotono e molto
spesso friabile e disomogeneo.
Ma ci sono anche altri problemi: il masegno con la culatta è troppo costoso e la lavorazione a scalpello lo è ancora di più; la posa del pezzo su terreno arricchito di
argilla e rinfiancato con malta di calce , assestato poi con colpi della mazza di legno fino a rifiuto della malta, è ormai solo un ricordo: bene ha fatto il Soprintendente a
ricordarcelo leggendo quell'interessante capitolato d'opera di altri tempi.
Oggi va di moda l'antistorica posa insegnata all'operaio che ho incontrato: non solo un orrore ma anche un danno,
poiché la superficie diviene impermeabile e il deflusso delle acque piovane viene affidato esclusivamente al sistema fognario che, come si è già detto, è quasi
completamente distrutto.
La rarità e la bellezza del vecchio materiale dovrebbe consigliare la massima cura nella rimozione degli elementi e il loro reimpiego massimizzato, utilizzando anche i pezzi rotti o
sbrecciati e non preferendo una generalizzata sostituzione con materiale nuovo e spesso malamente lavorato.
(foto)
6) Vorrei, infine e concludo, dire qualcosa sulla progettazione. Quando dicevo che la progettazione deve essere organica e totale, con visione finale dell'intervento,
intendevo dire che non può essere fatta per fasi successive e tra loro non collegate.
Le foto che illustrano l'intervento eseguito alle Zattere al Ponte Longo rappresentano appunto un caso di progettazione non coordinata: lampioni, bitte in pietra, alberatura e quant'altro
sembrano essere collocate in opera secondo schemi tra di loro non confrontati e coordinati. Per non parlare della progettazione di dettaglio. Le nuove bitte in pietra, "simili" ma non
uguali alle vecchie per un malinteso concetto di "falso"; la lavorazione delle lastre in pietra delle sponde, bocciardate con cordellina in rilievo (per cui l'acqua ristagna all'interno) e a spigolo vivo in quella che era una banchina portuale; i giunti a maschio e femmina non combacianti ma
con fuga di 2÷3 cm stuccata con epossidico bianco; rappresentano una perdita
di immagine di cultura materiale a mio parere grave.
Gli esempi di cattiva e improvvisata lavorazione del materiale sono moltissimi e lo scorrere delle diapositive li illustra abbondantemente: dalla posa errata delle "s-cione" d'ormeggio
alla conformazione delle caditoie, non più a "musina" ma con cinque fori che una semplice cicca può turare; dal non allineamento degli elementi, perché talvolta di
dimensioni non collimanti, ai gradini sporgenti delle rive, che al primo urto vengono spezzati.
(foto)
7) Questa lunga esposizione di diapositive vuole essere un richiamo per tutti noi ad una maggiore attenzione nell'eseguire i lavori, perché ne va proprio dell'anima
di questa città, che invece ha bisogno di molta cura. Non ho parlato in questa occasione di un progetto che merita, per la sua importanza, una grandissima attenzione: il progetto di
rialzo della platea marciana. Non ne ho parlato perché lo conosco poco, da fonti indirette e spesso imprecise, come sono i quotidiani.
Voglio però avanzare un invito a fare di questo importante progetto una occasione di incontro pubblico e di discussione con la cittadinanza e con gli addetti ai lavori,
perché credo possa divenire un banco di prova di grande importanza per tutti noi: progettisti, imprese, esecutori, Comune e Soprintendenza. E' un invito che faccio a tutti e che
spero venga accolto positivamente. Grazie.