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ARCHITETTI VENEZIANI
ASSOCIAZIONE TRA LIBERI PROFESSIONISTI
SCAVO DEI RII
Problemi di manutenzione e sopravvivenza
ATTI DEL CONVEGNO
Ateneo Veneto, 5 febbraio 1999

Lo scavo dei rii e la manutenzione straordinaria:
rapporti fra popolazione, Enti appaltatori ed Imprese esecutrici

Dott. Geol. Cesare Rizzetto
Presidente Comitato Venezia per la Salvaguardia Ambientale

Desidero ringraziare l'Associazione Architetti Veneziani per avermi dato l'opportunità di intervenire a questo convegno in qualità di presidente del "Comitato di Venezia per la Salvaguardia Ambientale" consentendomi di portare l'opinione del Comitato stesso su questo processo straordinario di manutenzione della nostra città.
Ho ascoltato con attenzione gli interventi precedenti e di questo mio, che è l'ultimo, devo anticipare che sarà un po' meno disponibile, un po' meno tranquillo.
Esso tratta infatti, del rapporto dei cittadini con le Imprese e con gli Enti che stanno eseguendo questi lavori.

Il nome è altisonante: "Comitato di Venezia per la Salvaguardia Ambientale"! Esso è il frutto di una iniziativa spontanea avviata da un gruppo di cittadini le cui proprietà hanno subito danni a causa dei lavori di cui stiamo parlando.

La salvaguardia che questo Comitato intende esercitare, si rivolge a favore dei privati nei riguardi di eventuali danni che le loro proprietà possono subire, o aver subito, a causa dei lavori di escavo dei rii, la manutenzione delle fondamente, il rifacimento dei sottoservizi e quant'altro è legato a questo grande programma di manutenzione straordinaria che così ampiamente è stato illustrato negli interventi precedenti.

A questo punto mi permetto di inserire nel discorso qualche particolare tecnico.

Alla base di tutti i lavori di cui si tratta, ci sono delle opere provvisionali comuni: si tratta della creazione di ture, di sbarramenti che servono a mettere all'asciutto o tratti di canale o segmenti paralleli alle fondamente che devono essere riparate. Ciò si ottiene con l'uso di palancole in acciaio che vengono infisse nel fondo del canale. L'infissione delle palancole è un'operazione molto delicata: un tempo essa veniva sempre ottenuta per battitura, con un maglio lasciato cadere dall'alto sull'estremità della palancola; attualmente, in quasi tutti i casi, essa si ottiene per mezzo di una testa vibrante sull'estremità della palancola che si infigge, più o meno rapidamente, nel terreno.

Questa testa vibrante ha dimensioni e pesi diversi: essa consiste sostanzialmente in un insieme di rulli eccentrici che con la loro rotazione imprimono all'attrezzo delle vibrazioni. La frequenza delle vibrazioni è funzione della velocità di rotazione dei rulli. A parità di resistenza offerta dal terreno, l'aumentare della frequenza delle vibrazioni fa aumentare la velocità di infissione. Parimenti, per superare un aumento di resistenza offerta dal terreno, si aumenta la frequenza delle vibrazioni.

E' intuitivo che il sistema è molto pratico ma anche molto pericoloso per i danni che può indurre su quanto sta all'intorno del punto di infissione. Infatti, le vibrazioni prodotte dalla testa della macchina si trasmettono nello spazio circostante come onde sismiche con velocità che è funzione di molte variabili, fra cui lo stato di addensamento e la consistenza dei terreni granulari e argillosi. Al variare perciò della consistenza e dello stato di addensamento dei terreni, varia la distanza alla quale queste vibrazioni si trasmettono.

Negli ambiti in cui si effettuano gli interventi, inoltre, sono frequentissime le discontinuità fra i vari tipi di terreni e di materiali entro cui si propagano queste vibrazioni. Chi conosce un po' di sismica, sa benissimo quanto questo fatto sia pericoloso per l'esaltazione che, al passaggio tra un mezzo e l'altro, possono subire le vibrazioni stesse.

L'azione vibrante inoltre, in presenza di terreni costituiti da sabbie fini, limi sabbiosi quali sono i termini prevalenti presenti sul fondo e lungo le rive dei nostri canali, può determinare la liquefazione dei terreni stessi; cioè le particelle che li costituiscono, sotto l'azione vibrante, tendono ad assumere una posizione reciproca che riduce al minimo gli spazi fra le stesse, determinando una diminuzione di volume.
Per capire questo fenomeno, basta fare come i bambini al mare, prendere una manciata di sabbia umida e, battendo sopra l'altra mano, si vedrà affiorare l'acqua al di sopra della sabbia; ciò avviene perché la massa solida è diminuita di volume per il motivo che si è detto sopra.
Questo fenomeno determinato dalle vibrazioni della testa vibrante, si manifesta più frequentemente di quanto si possa credere e dà luogo, inizialmente, alla formazione di una o più fessure parallele sulla sommità della fondamenta, preludio dello scivolamento successivo verso il canale del cuneo di materiale posto a valle delle fessure.

Se a questo si aggiunge la mancata spinta dell'acqua per il prosciugamento del canale e lo smantellamento della muratura che ne costituisce la riva, risulta evidente che qualsiasi situazione statica in equilibrio incerto, e nella nostra città questa è quasi la norma, tende a mutare con conseguenze che possono essere anche gravi.

Non ho dubbi che quanto detto fin'ora, particolarmente circa la situazione statica e delle fondazioni degli edifici, sia ben noto agli addetti ai lavori ed è perciò che mi chiedo come la ricerca a priori di queste situazioni venga trascurata, o comunque si dia ad essa un'importanza piuttosto relativa.

A questo proposito, sono obbligato a ricordare, soprattutto ai tecnici presenti, che esiste una legge dello Stato, esattamente il Decreto del Ministero dei LL.PP. 11/03/88, il quale stabilisce che qualsiasi progetto, sia relativo ad opere pubbliche che private deve essere accompagnato da indagini di tipo geognostico e geotecnico atte a definire il rapporto di stabilità opera - terreno.

Ecco, da tecnico quale pure io sono, debbo osservare che anche in questo caso, come in molti altri nel resto del paese, le indicazioni precise di questa legge vengono ignorate o solo parzialmente applicate.

Per chiarire meglio, voglio precisare che nei casi che ci interessano sono state eseguite solo indagini preventive parziali, quasi mai rivolte a stabilire lo stato delle fondazioni e delle strutture degli edifici posti in prossimità delle aree di intervento.
Se è comprensibile, anche se assolutamente non giustificabile, dimenticare il dettato del citato D.M. per opere di scarsa importanza, in aree diverse da Venezia, per un malinteso senso del risparmio, ciò non è assolutamente accettabile nel caso della nostra città dove la posta in gioco e le risorse finanziarie impegnate sono enormi.

A questo punto, penso che più di qualcuno si chiederà la ragione di tutta questa premessa di carattere tecnico: la ragione è semplice, mi preme far ben capire come, a fronte di interventi manutentivi straordinari così diffusi e di tale mole, non sia assolutamente possibile escludere la possibilità di provocare danni a terzi.
Cioè, se si ammettono questi fatti, se si ammette che determinate cose non sono state eseguite, bisogna anche ammettere che a causa di questi lavori può anche capitare che qualche edificio venga danneggiato, specialmente se a tutto ciò si aggiunge il fatto che molto spesso, lavori così delicati vengono eseguiti da manodopera raccogliticcia, priva di qualificazione, poco controllata e dotata di scarsa sensibilità nei riguardi del delicato tessuto in cui opera.

Esempi di danneggiamenti ad edifici privati ce ne sono parecchi: alla Giudecca, a Dorsoduro, a Cannaregio e a Murano, sia in occasione dei lavori eseguiti per conto del Consorzio Venezia Nuova che per conto di Insula. Tuttavia, quello che stupisce dopo tutto quanto è stato detto, è il dover constatare come nei riguardi di un chiarissimo rapporto di causa-effetto tra lavori eseguiti e danni provocati, l'atteggiamento della maggior parte dei tecnici e degli amministratori degli enti appaltanti e delle imprese sia di completa chiusura nei riguardi dei danneggiati; anzi i danneggiati sono stati trattati da visionari incompetenti.

Va da sè che un simile comportamento non poteva che determinare un inasprimento nei rapporti con i responsabili dei lavori, ed alimentare nei danneggiati il desiderio di trovare modi per difendersi dall'atteggiamento quasi di fastidio dimostrato verso le loro legittime richieste.

Ne è l'esempio il caso di un danneggiato che, rivoltosi a un legale per iniziare l'iter di risarcimento, ha impiegato parecchi mesi solo per riuscire ad individuare l'impresa che aveva causato il danno, tanto era fitta la ragnatela di reticenze si partecipazioni, cessioni e quant'altro messa in piedi per impedirlo. Spesso anche la ricerca del referente in cantiere a cui rivolgersi, diventa impresa improba.
Ritengo che tutto ciò sia veramente inammissibile.

Non c'è da meravigliarsi, perciò, se di fronte a simili comportamenti, cittadini coinvolti, loro malgrado in questi avvenimenti, hanno cominciato a contattarsi, ad incontrarsi ed hanno sentito la necessità di costituire un comitato con l'intendimento di dare più voce alle loro legittime richieste nei confronti di questi mostri sacri dell'imprenditoria pubblica e privata.

Debbo riconoscere che, fra quanti sono stati interessati al problema dal Comitato, solo la Sovraintendenza ai Beni Monumentali ed Architettonici di Venezia ha dimostrato la sua disponibilità e la sua sensibilità.

L'Assessorato ai Lavori Pubblici del Comune ha ammesso, a denti stretti, il rapporto di causa ed effetto fra lavori e danni ed ha invitato Insula a cercare nuove tecnologie per l'infissione delle palancole.

Il Consorzio Venezia Nuova ha cercato di mettere la sordina su tutta la vicenda, evitando di prendere qualsiasi posizione in merito, dando mandato alle Assicurazioni di cercare qualche soluzione al contenzioso. Non pare comunque fino ad ora, che l'atteggiamento assunto dai consulenti tecnici e legali delle assicurazioni sia tale da favorire la ricerca di compromessi.

Viceversa, il rapporto fra Comitato ed Insula è nato fra mille polemiche, ed ha raggiunto il massimo della conflittualità in occasione di alcuni particolari lavori. Questo diverso comportamento rispetto a quello tenuto dal Consorzio Venezia Nuova è dovuto alla pervicacia con cui i tecnici ed amministratori di Insula, in tutte le occasioni, non ultima quella di oggi, hanno continuato a sostenere di fronte all'evidenza, l'inconsistenza della consequenzialità tra lavori e danni provocati.

Per tutto quanto illustrato, ritengo sia fondamentale l'opera di vigilanza del Comitato a favore di tutti quanti possano venire a trovarsi in una condizione di sofferenza a causa di questi lavori.

Se si tiene conto che la durata di questo sforzo di manutenzione straordinaria della nostra città si aggira sui 20 anni, si capisce come sia assolutamente necessario trovare un sistema che possa raffreddare le possibili conflittualità fra cittadini coinvolti nell'operazione e gli Enti responsabili, anche se questo dovesse far aumentare i costi degli interventi stessi.
La strada che il Comitato suggerisce è abbastanza semplice: si tratta di estendere quanto è stato fatto solo in qualche caso, e cioè prevedere il monitoraggio preventivo di tutti gli edifici interessati per avere un quadro, il più possibile esatto, dello stato di fatto prima degli interventi da confrontare poi con gli eventuali danni dichiarati.
Se questo criterio venisse assunto sistematicamente, il contenzioso si ridurrebbe a livelli fisiologici e darebbe agli eventuali danneggiati un chiaro segnale di partecipazione alle loro difficoltà da parte delle strutture pubbliche.

Quanto suggerito può, senza dubbio, servire a migliorare il rapporto con i danneggiati, ciò non toglie, però, che una esecutività più attenta, una manodopera più preparata e una scelta di materiali più farebbero tacere le frequenti critiche del resto della cittadinanza.
Occorre non dimenticare che questo grande sforzo di risanamento della città non è finalizzato unicamente alla riduzione del suo ulteriore degrado fisico, ma ha anche come scopo il recupero della sua vivibilità.

Grazie!





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