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ARCHITETTI VENEZIANI
ASSOCIAZIONE TRA LIBERI PROFESSIONISTI




I peccati capitali alle Zattere

I lastroni della riva lavorati inutilmente a incastro con stucco che salta subito via

L'Associazione Architetti Veneziani denuncia gli errori compiuti nel rifacimento dello scorso anno e chiede maggiore attenzione per il prossimo lavoro che interessa quasi tre chilometri di fondamenta
Il Gazzettino - 16 giugno 1998

Il diavolo, si sa, si nasconde nel particolare e così ecco che un lavoro che di primo acchito si presenta bene, come quello di rifacimento della riva delle Zattere, fin qui condotto dal Consorzio Venia Nuoca, se guardato da vicino nasconde diverse magagne. Così, almeno, denuncia l'Associazione Architetti Veneziani, costituitasi da anni tra i professionisti della città storica proprio con l'intento di preservare, magari adattandole alle moderne tecnologie, le tecniche costruttive tradizionali "la cui perdita - dicono - finirebbe alla lunga per modificare il volto stesso della città".

L'intento della denuncia non è polemico nei confronti del Consorzio. "In genere - dicono gli architetti - il Consorzio si avvale di studi di progettazione non veneziani, che non possono avere attenzione per certi particolari, che pure non sono secondari ma che sfuggono a chi non ha "cultura" veneziana. Noi - aggiungono - vogliamo sollevare ora il problema, perché il Consorzio deve ancora realizzare quasi tre chilometri di riva, tra le Zattere e la Giudecca, e dunque siamo ancora in tempo a evitare certi errori".

La prima cosa che segnalano gli Architetti è il bordo della riva in pietra d'Istria, finito a spigolo vivo. "A Venezia - dicono - è sempre stato arrotondato, perché altrimenti al primo urto di barche si sbecca". E la riva delle Zattere, infatti, inaugurata a luglio dell'anno scorso presenta già in molti punti vistose rotture. I lastroni, poi, sono stati lavorati "a maschio e femmina", per incastrarsi l'uno con l'altro. "Un lavoro costoso ma inutile - sottolineano gli Architetti - se poi vengono affiacati con fughe larghe riempite di cemento possolanico". Un materiale nero, mai utilizzato a Venezia (dove si usa calce idraulica e sabbia), coperto poi di stucco bianco che salta subito via.

"Andava usato il sistema a giunto unito", aggiungono, e ciò vale anche per la pavimentazione in trachite. E' stata usata trachite di Montemerlo, segnalano gli Architetti, perché le tradizionali cave di Monselice sono chiuse. "Non c'era alternativa - ammettono gli Architetti - ma ve ne sono di varie qualità e, visto il costo di 18 milioni spesi a metro lineare di riva si poteva scegliere la migliore, che non assorbe l'acqua e si rovina meno con la salsedine". La trachite nuova, oltretutto, è stata bocciardata a cordella, tecnica mai usata a Venezia. La vecchia trachite usata, invece, è stata scalpellata per allargare le fughe. "La dispersione di un patrimonio irrecuperabile", dicono gli Architetti.

Il terreno dietro le palancolate, aggiungono gli Architetti, è stato costipato con tecniche non corrette, tanto che il pavimento in trachite in più punti è calato anche di un paio di centimetri rispetto alla riva in pietra, facendo saltare fughe e stuccature.

Criticate poi le bitte (i "moloni") - troppe (ce n'è perfino una a 15 centimetri da un lampione) e ben diverse dalle vecchie - e le rive a scalinata non in asse coi portoni dei palazzi, con le pedane a lato dei gradini sporgenti dalla sponda e quindi soggetti a colpi e rotture (già evidenti). Quanto agli alberi, il sistema di irrigazione che deve essere gestito dall'Amav sembra non funzionare, sono già state sostituite 9 delle piante messe a dimora l'anno scorso e anche queste danno già segnali di patimento.
Silvio Testa

(articolo correlato: Il progetto è curato fino nei particolari)




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